La rivoluzione dell’opensource

La rivoluzione dell’opensource

Navigando su Internet o scaricando software può capitarti di imbatterti nello strano termine opensource. Cosa significa?

Per capirlo, è necessario comprendere in che modo un programma comunica con il computer. PC, smartphone altri dispositivi analoghi non parlano la nostra lingua, ma un linguaggio chiamato codice macchina, basato sostanzialmente su 0 e 1. Scrivere un software utilizzando solo questi due caratteri però è compito improbo, per questo sono nati i linguaggi di programmazione (come BASIC, JAVA, etc…), che consentono a un programmatore di comunicare con il computer in una lingua più simile a quella umana.

Utilizzando questo tipo di istruzioni il programmatore compila quello che si chiama codice sorgente, che in sostanza è la ricetta di un’applicativo: ci dice cosa fa e come è fatto. Il codice sorgente è custodito gelosamente dalle aziende produttrici, perché racchiude tutti i segreti commerciali di un software. È quindi di norma protetto da diritto d’autore e tutelato da numerose leggi.

A fine anni ’80, inizio degli anni ’90, grazie soprattutto a Richard Stallman e Linus Torvalds nasce il movimento detto opensource, ovvero letteralmente codice aperto. Il primo è il fondatore della Free Software Foundation, organizzazione no-profit che promuove lo sviluppo del software libero, mentre il secondo è il creatore del noto sistema operativo Linux – famoso anche per la sua iconica mascotte, il pinguino Tux.

L’idea è quella di rilasciare software rendendo disponibile anche il codice sorgente, in modo che chiunque possa leggerlo, migliorarlo, aggiungervi delle funzioni oppure trarne spunto per nuove creazioni. Questa rivoluzione si basa sul concetto che la collaborazione possa apportare una maggior spinta al progresso rispetto alla pura rivalità commerciale. Come già accennato, il software opensource è chiamato anche software libero, in inglese free software. La dicitura free (che significa anche gratuito) non deve trarre in inganno, però. Infatti le licenze che regolano l’opensource non hanno nulla a che vedere con gli aspetti economici: sebbene in molti casi siano gratuiti, i programmi liberi possono anche essere venduti o dati in licenza in cambio di un corrispettivo economico, a patto che il codice sorgente sia a disposizione di chiunque lo richieda.

Se può sembrarvi un giochino da appassionati, sappiate che una buona parte delle macchine presenti nel mondo attuale è basata su software opensource: per esempio i super computer utilizzati per la ricerca scientifica e finanziaria, i server web come quelli che ospitano molti dei siti che visitate, fino ai telefonini Android (che è basato su Linux). Anche aziende notoriamente più chiuse come Apple e Microsoft utilizzano nei loro prodotti molte tecnologie derivanti da software libero e contribuiscono al loro sviluppo.

L’idea di opensource è stata poi sdoganata in diversi altri ambiti, come per esempio le licenze Creative Commons, una forma innovativa e alternativa di diritto d’autore della quale vi ho parlato in un precedente articolo.


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